NUMERO
1 - 2018
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La straordinaria testimonianza di una scolta
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La luna che risplende 2017
di Anna Maria Rusconi
di Angelo Rusconi
La voce della Cooperativa




IN RICORDO DI ANTONIO SPREAFICO
di Padre Angelo Cupini

Antonio Spreafico aveva 64 anni quando il 25 ottobre del 2016, dopo una lunga malattia, è mancato nella sua casa di via Cernaia, a Olate. Architetto stimato e molto conosciuto (ha firmato innumerevoli edifici privati del territorio così come spazi pubblici, l'ultimo dei quali è stato il Tribunale nella nuova sede di corso Promessi Sposi), designer il cui nome compare nelle prestigiose selezioni del Compasso d'Oro, era innamorato della sua Lecco e vi ha dispiegato su molti fronti - dalla professione alla cultura, dalla politica al volontariato - un appassionato impegno civico.


Primo di quattro figli, in giovane età era stato chiamato a gravose responsabilità familiari in seguito all'improvvisa e prematura morte del padre. Conosceva dunque le fatiche delle esistenze "in salita", ne ha pagato il prezzo (anche dovendo rimandare gli studi universitari, dopo il diploma di geometra grazie al quale era entrato nell'Ufficio Tecnico del Comune), ma nelle difficoltà si è temprato e le ha superate senza mai dimenticarle. Un'esperienza personale che, insieme a un percorso educativo incardinato a solidi riferimenti spirituali, ha reso il suo sguardo particolarmente attento alle persone in condizioni di fragilità.


Prima ancora di ritenerla un dovere, sentiva la partecipazione alla vita della città come un'esigenza personale. Dopo un'intensa stagione tra gli animatori dell'oratorio di Germanedo - il rione in cui era cresciuto, nel villaggio di case popolari di via Belfiore -, è stato in campo allo sbocciare dei Comitati di quartiere e poi nei Consigli di Zona. Intelligenza libera, carattere forte, non accettava che le appartenenze diventassero gabbie o steccati, né che le differenze di opinioni identificassero dei "nemici". Era mosso da spirito di servizio, amava il rapporto diretto con la gente e nutriva profondo rispetto per la collettività. Credeva nel dialogo, nell'ascolto, nel contributo che tutti potevano dare - in ogni ruolo, ciascuno con la propria competenza, dando sempre il meglio di sé - per migliorare le cose.


Dopo l'incontro con me e la Comunità di via Gaggio, aveva fatto della solidarietà una scelta di vita. Un impegno nel quale aveva messo a frutto anche il suo talento di progettista realizzando La Casa sul Pozzo di Chiuso, luogo di accoglienza e di aiuto, sede di iniziative multiculturali, spazio di convivialità e di incontro, motore di attività formative e di animazione sui temi della pace e del dialogo fra i popoli.
Uomo di fede e intellettuale concreto, sempre pronto a rimboccarsi le maniche, Antonio non ha mai smesso di studiare, di leggere, di approfondire. Non sorprende così che, nel momento in cui è stato chiamato ad assumere responsabilità anche in seno all'Ordine Provinciale degli Architetti (del quale è stato consigliere e segretario tra il 1999 e il 2001), oltre che sul versante organizzativo si sia speso su quello culturale, promuovendo mostre, pubblicazioni e viaggi di studio.


Coltivava la bellezza in ogni espressione e non perdeva occasione per indicarla come nutrimento prezioso. Grande esperto d'arte, soprattutto della pittura dell'Ottocento e dei primi del Novecento, in età matura aveva proposto proprio dipinti di quel periodo in una piccola galleria alla quale aveva dato vita e che teneva personalmente aperta nella centralissima via Roma.
Amava la musica, ed era musicista per diletto non avendo mai smesso di imbracciare la fisarmonica studiata da ragazzo sulle orme di papà Luigi, dal quale aveva ereditato anche la capacità di dare una lettura ironica di ogni situazione. Portava nel cuore la montagna e, instancabile, ha camminato sui sentieri di casa così come sulle Dolomiti, nelle quali ha condiviso molte vacanze estive con gruppi di amici del Cai Lecco.


Nel novembre del 2011 la drammatica svolta nella sua vita: gli viene diagnosticata la sla, l'incurabile Sclerosi Laterale Amiotrofica. Una prova affrontata con straordinario coraggio, con un percorso umano e spirituale che ha condotto Antonio dalla disperazione al sorriso e che lui stesso ha raccontato nel 2013 in un libro la cui lettura ha scosso e commosso.
"Luce", scritto insieme al fratello Giorgio, è assurto a caso editoriale per essere stato più volte ristampato a livello locale (il ricavato è andato a sostenere le attività della Casa sul Pozzo) e poi proposto in edizione nazionale dalla emi di Bologna. Le sue pagine sono diventate anche il fulcro di molteplici incontri di riflessione sulla condizione del malato, sul suo essere ancora persona e non semplice portatore di patologia, sul rapporto della società con la sofferenza, sulla ricerca di senso che accompagna la vita. È accaduto in scuole, biblioteche, parrocchie, oratori, sedi scout, studi radiofonici e televisivi, comunità educative, strutture sanitarie e corsi per operatori d'assistenza.


"Luce" ha davvero spalancato porte misteriose, ha chiamato a raccolta e fatto incontrare storie di dolore ed emozioni nascoste. Ha portato tantissimi amici sconosciuti a scrivere ad Antonio da tutta Italia per raccontargli di sé e di come ciò che avevano letto fosse stato importante e si fosse messo in cammino nelle loro vite.
Lui non poteva più muoversi né parlare, comunicava con gli occhi e respirava solo grazie a una macchina. Era «guarito dentro» però - per usare le parole di un medico che ha seguito dal primo giorno la sua battaglia con la sla - e non ha mai smesso di pensare, di sostenere e ispirare iniziative, di ricordare che quanto accade attorno a noi ci riguarda, ci interpella, ci chiede di non restare indifferenti spettatori. Dentro di sé, appunto, Antonio era ancora l'uomo di prima, quello di sempre: libero di volare. Convinto che persino nel momento del bisogno estremo, della fragilità più straziante, resti possibile conservare uno sguardo attento sul mondo e sul prossimo.


Lo ha testimoniato con l'altro libro che ci ha lasciato, sempre scritto insieme al fratello Giorgio, "L'ultima bolla", una favola piena di poesia, destinata a piccoli e adulti, la storia di un cucciolo di delfino e di una bimba, della loro amicizia e del loro progetto visionario, una missione apparentemente impossibile, eppure portata a termine: fermare i naufragi dei barconi e la strage dei migranti nelle acque del Mediterraneo.
Il malato incurabile che lanciava questo messaggio era certo che anche la fantasia potesse aiutare a costruire un ponte di speranza e a indicare allo sguardo di tutti un futuro raggiungibile e migliore. E a confermare nel modo più toccante che non si sbagliava, a farlo sono state le scolaresche lecchesi per le quali "L'ultima bolla" è diventato il punto di partenza di un cammino di approfondimento che le ha rese attente a uno dei drammi più sconvolgenti dei nostri giorni.


La morte di Antonio Spreafico, ormai un anno fa, ha suscitato profonda emozione e cordoglio tra i lecchesi. Il giorno dei funerali una grande folla ha riempito la Basilica di San Nicolò. Una testimonianza di stima, di riconoscenza e di affetto - l'ultima - per un protagonista della città che non è stato e non sarà dimenticato.