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1-2015
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IO CI PROVO
di Anna Maria Rusconi e Giovanni Dell'Era

La fantastica reale storia della Casa-Famiglia di Albertina Negri

 

Dalla conversazione con Albertina e suo marito si esce leggeri. Il traffico della Statale che passa da Olginate non ti tocca più perché il tuo animo è sospeso altrove. Ti chiedi come mai la tua vita sia così felicemente banale e tutto sommato poco avventurosa e come non ti sia mai venuto in mente di fare quello che hanno fatto loro: aprire una casa-famiglia.

 

Così semplice, così faticoso. Quando hai dodici bambini più due tuoi a cui far da mangiare, lavare, stirare e da mettere a letto, tutti i buoni propositi di questo mondo per qualcuno si esaurirebbero presto in qualche urlata e in qualche "ma chi me l'ha fatto fare?".

 

Albertina di anni ne ha 92 e, se fosse per lei, sarebbe lì ancora a fare da mamma ai bambini ospiti, come ha fatto fino al 1986 per 25 anni, dal 1961.

 

Quando racconta di come da maestra al don Guanella e volontaria alla Casa del Povero di Pescarenico si sia ritrovata a gestire una casa d'accoglienza a Olgiate Molgora sembra che riviva in quel momento le difficoltà di allora: il riscaldamento che non funziona, l'organizzazione per dare un'istruzione ai ragazzi, la semplicità gli arredi interni. Bazzecole rispetto all'entusiasmo che animava una scout che a 23 anni lascia la famiglia di origine per ritrovarsi, sola, a fare da mamma, educatrice e assistente a oltre 10 bambini.

 

Arriva Silvio e sembra normale sposarlo. Il consenso non è solo di mamma e papà ma soprattutto di quei visi furbetti che fanno capolino sul bordo delle pubblicazioni di matrimonio. I ragazzi della comunità hanno ora una famiglia vera. È proprio questo che vogliono Albertina e Silvio. Lo spazio lo si trova a Olginate, la casa dove tuttora vivono. A vedere le foto viene in mente la casa dei sette nani: in bagno non un lavandino, ma tanti lavandini; in camera non un letto, ma tanti letti. E i ragazzi diventano fratelli tra di loro e figli di chi ha scelto di fare loro da padre e da madre. Nasce Casa Albert. Da lì passeranno 120 ragazzi.

 

La strada che Albertina ha fatto fino a qui è lunghissima, eppure lo spazio temporale è breve. E ha la sua sorgente di ispirazione nel primo, primissimo scoutismo lecchese. È tra le ragazze che prendono la promessa nel 1945, il 24 di novembre. È tra le ragazze che Tilde Galli, in occasione di una riunione con don Ghetti, entusiasma al nuovo movimento, dopo aver appreso qualche nozione teorica (altro che campi di formazione capi!) dai gruppi di Milano. Le altre sono Anna Belgeri Bartesaghi, Maria Badoni Anghileri, Paola Breglia, Luigia Fossati Leoni, Anna Maria Locatelli, Luisa Locatelli, Anna Maria Lanfranconi e Anna Maria Stefanoni Bertolini. La Seconda Guerra Mondiale è appena finita, non è così semplice spostarsi. I mezzi a disposizione sono quello che sono: treni merci, la bicicletta. Ma le riunioni a Milano sono indispensabili per capire come fare a organizzarsi.

 

L'anno dopo Tilde è capofuoco e Albertina capo reparto, la sede in uno sgabuzzino in via Sassi, poi alla scuola "De Amicis" in via Amendola fino a quando don Ferraroni non mette a disposizione la cripta del Santuario della Vittoria, mentre il clero cittadino guarda un po' storto quei giovani che sottraggono linfa agli oratori.

 

Nel '50 sono proprio le Buone Azioni che compie a Ballabio a farle prendere la strada che seguirà per tutta la vita: "Andavamo a fare le B.A. a Ballabio, dove c'erano i ragazzi disadattati di Pescarenico, poi trasferiti a Olgiate, in una casa per sfollati affidata a don Ferraroni. È lui che mi ha proposto di trasferirmi lì con i ragazzi. Detto, fatto. Qualche brandina, due tavoli, quattro panchine e stufe a segatura: ecco il nostro arredamento". Eppure lì aprono una calzoleria, una legatoria e un'officina che fa chiavi per la Moto Guzzi.

 

Da Milano arriva il sollecito a fare qualcosa per i bambini più piccoli. Un'inserzione fa trovare la casa di Olginate. E qui inizia la vera storia di Casa Albert.
Ma che cosa c'entra lo scoutismo con tutto ciò? Lo spirito dello scoutismo l'ha portata a saper riconoscere i bisogni dei meno fortunati e soprattutto ad avere il desiderio nel dare una mano in prima persona.

 

Albertina, che cosa consiglieresti a un capo scout di oggi ? "Se si pratica lo scautismo nel vero senso della parola, attraverso il gioco e la lealtà, i ragazzi si entusiasmano per forza. L'importante è avere fiducia nei ragazzi, anche in quelli più imbranati e dare loro il buon esempio. Si deve passare del tempo con loro".

 

Qualche rimpianto? "Nessuno. L'importante è provare".

 

Giovanni Dell'Era
Anna Maria Rusconi
Cooperativa Progetto Scout