NUMERO
1-2015
In primo piano
EDUCARE ESSENDO SE STESSI
di Maurizio Crippa
In piazza S. Pietro anche 90 scout lecchesi
di Stefano Scaccabarozzi
Il Noviziato Lecco 1 Lecco 2 incontra la Comunità Islamica italiana
di Giovanni Rossi
Scolte ancora
La fantastica reale storia della Casa-Famiglia di Albertina Negri
di Anna Maria Rusconi e Giovanni Dell'Era
La voce della Cooperativa
LE SFIDE DEL NEOELETTO PRESIDENTE ANDREA MUSSI
di Anna Maria Rusconi
In primo piano




FARE IL CAPO OGGI
di Maurizio Crippa

EDUCARE ESSENDO SE STESSI

 

E' sicuro che quarant'anni fa era più facile diventare adulto e ciò avveniva in fretta. Oggi è più difficile perché i tempi si sono allungati moltissimo: si studia di più, si fa fatica a trovare lavoro, ci si sposa più tardi e tutte le esperienze giovanili sono inevitabilmente meno influenti e decisive. Paradossalmente, ci sarebbe più tempo per scoprire altri "universi" oltre a quello del servizio, invece l'osservazione di fatti ci dice che il servizio si allunga, non come Capo ma come "capo a disposizione" nella Comunità Capi, e l'orizzonte si restringe anziché ampliarsi. Ciò che si offre come persona nel servizio educativo di Capo rischia quindi di essere più povero e più prevedibile, non diverso dal vissuto dei ragazzi ai quali è rivolto.


La domanda è quindi come si possa dare qualcosa che spesso non si ha o non si ha ancora, oppure non si ha in tutta la sua pienezza. In altri termini, che cosa chiedono i ragazzi, di che cos'hanno bisogno dai Capi per essere aiutati nel loro cammino di crescita, per ricevere un servizio davvero educativo? Penso che chiedano di entrare in relazione con una persona autentica per avere di fronte un Capo credibile.

 

Come persona, si deve loro un impegno serio, ossia il servizio come il risultato di una scelta e non come un ripiego. Una vita impostata, quindi studi compiuti o in fase di compimento e qualche esperienza al di fuori dello scautismo. E' molto importante trasmettere la proiezione verso il futuro che metta in luce, pur senza nascondere o sminuire le difficoltà e i limiti della società di oggi, la possibilità di definire degli obiettivi a cui tendere e la consapevolezza di doversi impegnare seriamente per raggiungerli. Fiducia e incoraggiamento, consapevolezza di poter migliorare sempre.


Altrettanto importante e incisivo è che i Capi trasmettano il loro cammino di autoeducazione ancorato ad alcune certezze e ad alcuni valori riconoscibili nel loro vissuto quotidiano, non soltanto annunciati o richiamati. Occorre perciò che siano curiosi per trasmettere la voglia di conoscere e per aprire gli orizzonti, ma anche per migliorare le relazioni con gli altri. Una persona autentica, per quanto giovane sia, è un capo credibile perché i suoi "universi" sono ricomposti e assicurano la coerenza tra ciò che è (o sta diventando) e ciò che fa.

I Capi non devono far mancare ai ragazzi la ricerca continua del rapporto interpersonale: il miglior servizio educativo è quello io-tu, il gruppo è strumentale e al servizio di questo rapporto, tanto importante per i ragazzi ma altrettanto per i capi. Nel rapporto interpersonale non si recita, non si finge: si è ciò che si è davvero.

 

Non bisogna far mancare inoltre la progettualità e la creatività: soprattutto ai Clan e ai Noviziati vanno proposte attività ed esperienze indimenticabili perché capaci di aprire il cuore e la mente agli aspetti cruciali della vita. La testimonianza della propria fede, l'esperienza del lavoro, la vita familiare, la comprensione della società in tutte le relazioni di convivenza, la consapevolezza e i limiti alla felicità imposti dal dolore e dalla malattia, l'arte e il senso del bello: tutte quelle dimensioni nuove per un giovane in fase di crescita, che difficilmente trova a casa e a scuola nelle forme e nella misura che lo attraggono e lo convincono a provare. Inoltre, con il grande vantaggio di scoprire con altri qualcosa di diverso e di significativo. Tutto questo si può fare oggi? Direi di sì, anche se il contesto è poco favorevole e l'esperienza auto-educativa meno attraente. E' l'atteggiamento che fa la differenza. Non si può chiedere infatti a un venticinque-trentenne di dare già quello che ancora non ha, ma si può chiedergli di comunicare il suo impegno, il suo orientamento, le sue convinzioni: in questo modo gli sarà sicuramente possibile aiutare i ragazzi che gli sono affidati, spingerli a trovare la loro strada e a percorrerla con impegno ed entusiasmo. Così si può andare anche molto lontano.


Maurizio Crippa
Cooperativa Progetto Scout